L'artista

Danni Franca

Il disegno come presenza costante e il volto come luogo privilegiato dell'incontro.

La mia passione per il disegno e, in particolare, per il ritratto ha radici lontane. È nata tra i banchi delle scuole superiori, quando ho avvertito per la prima volta il desiderio di fermare sulla carta i tratti e le espressioni delle persone.

Nel corso degli anni sono tornata molte volte al disegno, anche nei periodi in cui la vita lasciava poco spazio alla pratica artistica: gli anni dedicati ai figli piccoli, le difficoltà legate alla salute, i ritmi intensi divisi tra la famiglia e l'insegnamento.

Nonostante le pause e le inevitabili interruzioni del quotidiano, il disegno è sempre ritornato, come un'ossessione gentile e ineludibile.

E, soprattutto, è sempre ritornato il desiderio di disegnare il volto.

La mia ricerca artistica trova una particolare consonanza nel pensiero di Emmanuel Lévinas e nella centralità che il filosofo attribuisce all'incontro con il volto dell'altro.

L'accesso al volto è immediatamente etico: non coincide con la semplice immagine, ma è la presenza di una persona che resiste a ogni pretesa di averla esaurita o capita fino in fondo.

Per questo, per me, realizzare un ritratto non significa semplicemente riprodurre dei lineamenti. È prima di tutto un incontro.

L'altro rimane sempre più grande rispetto all'idea che ce ne siamo fatti; per questo dipingere un volto significa continuare a interpretarlo senza trasformare il segno in una sentenza.

In ogni mia opera c'è il tentativo di cogliere quel mistero irriducibile che affiora nei capelli sfuggenti, nelle pieghe dell'anima, negli sguardi, nelle sfumature dei colori e nelle emozioni più intime.

Perché incontrare davvero un volto comincia proprio quando accettiamo che possa ancora sorprenderci e sfuggire a qualsiasi definizione prestabilita.